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«Storia di confine», film di Bruno Soldini

10 ottobre 2022
RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana

Il 7 dicembre 1976, la TSI mandò in onda il film che Bruno Soldini girò nel 1972 nel Mendrisiotto: «Storia di confine».

La presentazione del film di Bruno Soldini si leggeva a pagina 14 del settimanale «Tele Radio 7», in edicola per la settimana dal 4 al 10 dicembre 1976:

Questo lungometraggio di Bruno Soldini e Marco Nessi è il primo realizzato a colori interamente nel Canton Ticino, e precisamente nella zona di confine alla frontiera italo-svizzera. Si ispira a fatti di contrabbando realmente accaduti negli anni 1944/45 in quella zona, e vuol mettere in evidenza i problemi e le costrizioni delle classi sociali più povere, qui rappresentate da guardie di confine svizzere e da contrabbandieri italiani. Fotografia, musica e interpretazione vogliono dare al film il sapore di una storia rustica come è stata raccontata ai realizzatori da chi l’ha vissuta, ricreando una realtà che portava già in sé i problemi d’oggi.

Nell’edizione di Castellinaria del 2003, fu lo stesso Bruno Soldini a parlare del suo film:

«Storia di confine» è il primo lungometraggio concepito e realizzato nella Svizzera Italiana. L’argomento era il «contrabbando di fatica», quello praticato tra mille pericoli dalla povera gente di confine, per far sopravvivere la famiglia in tempo di guerra. Una storia che aveva a che fare con la mia infanzia. Il film ottenne un’ottima critica al Festival del cinema svizzero di Soletta e il terzo premio a quello internazionale di Taormina, in mezzo a colossal giapponesi e americani e a importanti produzioni europee. La Commissione cinema a Berna fu però inflessibile: niente contributi, nemmeno quelli previsti a posteriori. «Me li concederanno per il prossimo progetto», pensai, e continuai la ricerca storica a tempo perso: una decina d’anni dopo pubblicai il volume «Contrabbando di fatica», la prima storia del contrabbando tra Italia e Svizzera. Tra quelle due cose c’era stata anche una serie di documentari (L’epoca del riso): mi piacciono i prodotti nati per gemmazione…

Il critico cinematografico Fabio Fumagalli fu tra i recensori dell’opera di Soldini, sulla quale, il 12 ottobre 1972, si espresse in questo modo:

Sorprendente, ancor che tipica opera prima, dai molti pregi e dagli inevitabili difetti. Ma, proprio perché tale, quanto importano più i primi dei secondi! L’abbinata Soldini - Nessi ha innanzitutto sfatato una leggenda: quella che il nostro paesaggio sia anti-cinematografico, in quanto stereotipato. La loro storia di guardie più o meno bonaccione e di ladri di certo poveracci, i loro quadri di vita di confine che si vogliono illustrazione distaccata, emblematica, sono splendidamente inseriti in un ambiente che si fa di conseguenza costantemente significativo. Certi crinali, certi dossi intravisti nella nebbia, certe cascine perfettamente squadrate in una luce a tratti fredda, a tratti dolce, certe spruzzate di neve che disegnano le curve dei prati e gli ostacoli dei massi, non solo ci restituiscono intatto il fascino del paesaggio prealpino a noi così familiare. Ma soprattutto servono in modo impeccabile i risvolti morali della vicenda. In poche parole, il paesaggio ticinese possiede un proprio significato cinematografico autentico. Oltre che ai calendari di Natale può servire anche a delle cose più serie: per scoprirlo ci è voluto questo primo lungometraggio interamente ticinese.
Un altro merito di Bruno Soldini (figlio di doganiere) e di Marco Nessi è di essere riusciti a sfuggire all’aneddoto, ad aprire al contrario il loro film, in sede di sceneggiatura, a dei significati più ampi, a portare il discorso su dei valori emblematici, simbolici, così da elevarlo a livello di riflessione sulla condizione eterna dell’uomo. Su coloro che, spesso a caso, si sono trovati da questa o dall’altra parte della rete. Intenzioni ammirevoli e piu che condivisibili in un cammino irto di difficoltà. Che presuppone perfezione di toni, compiutezza di linguaggi a tutti i livelli della creazione cinematografica ardui da azzeccare nell’opera di esordio, con mezzi e tempi limitati.
E sono proprio certi sbalzi di tono, certa discontinuità dell’atmosfera a minacciare quella bella sfera di cristallo. La post-sincronizzazione non sempre riesce a fondere i suoni del film con le immagini, la direzione degli attori (Garriba, che era perfetto nel film premiato lo scorso anno a Locarno, arrischia qui a tratti di andare fuori registro) passa dai toni grotteschi, quasi bozzettistici ad altri distaccati, o drammatici, o simbolici.
Il film alterna così momenti di posseduta, autentica espressività (si pensa, perché no, al cinema dei fratelli Taviani), ad altri di maggiore incertezza, dove le psicologie dei personaggi e le intenzioni ideologiche non necessariamente coincidono. Ma, pur con tutte queste riserve che forse sono soltanto di mestiere, agli autori va riconosciuto innanzitutto di avere evitato la strada della facilità. Cosa che non accade tutti i giorni, specie da noi. E di averla percorsa con una lucidità espressiva a dir poco incoraggiante.

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10 ottobre 2022
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