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Video 2/2 – Il lavoro

2017
Agnese Ciocco, Aurelio Castagnoli
Atte-Museo della Memoria

Marco Schmid diventa “capo esercizio” della Galleria del San Bernardino, grazie alla sua precedente attività di sorveglianza dell’Oleodotto del Reno, malgrado la rivalità dei tecnici del genio civile che non ritenevano prioritarie la sicurezza dell’utente e degli impianti meccanici. Per lui il fattore preponderante era come agire in caso di un veicolo in fiamme all’interno della galleria; la preparazione dell’organizzazione era basata sulla sicurezza dell’utenza: istruzione del personale e attenzione all’attrezzatura.

Coadiuvato dalla chiusura della Ferrovia Retica in val Mesolcina (Bellinzona-Mesocco) nel 1972 impiega gli ex operai qualificati poiché nella valle del Reno gli specialisti del ramo erano pochi. Con orgoglio afferma che i suoi collaboratori per la sicurezza del tunnel erano tutti di lingua italiana tranne uno. Ma il personale era scarso e gli stipendi non all’altezza dei loro ruoli a causa dei governi di Bellinzona e di Coira che sminuivano la loro alta qualificazione.

Per la sicurezza la galleria disponeva di nicchie ogni 250 metri con delle vie di fuga attraverso dei canali da percorrere scomodamente chinati. Marco Schmid prevede una correzione tecnica per fare in modo che le fuoriuscite potessero svolgersi con le persone in posizione eretta, di conseguenza più velocemente.

Le difficoltà invernali, in quegli anni, si presentavano ai due portali, soprattutto nel sistema di aereazione che aspirava aria fresca a 1600 metri di altitudine, la quale, entrando nei comignoli, formava molto ghiaccio. Gli addetti, in un primo tempo, dovevano salire fin lassù con gli sci, più avanti con l’elicottero, per spaccare le grosse candele di ghiaccio. Con l’aumento del traffico venne realizzato un cunicolo laterale e circolare attorno alle fuoriuscite, per poter raccogliere l’acqua del ghiaccio sciolto, prima che scendesse verso il tunnel. Questa soluzione aveva diminuito di molto la formazione del ghiaccio.

Un ricordo positivo, il signor Schmid lo rivolge all’interesse delle scuole della Svizzera tedesca per le numerose visite agli impianti e, con nostalgia, alle scuole del Moesano poco incuriosite dal tema.

Il pensiero va a un operaio fortunatamente solo leggermente ferito da un mezzo munito di fresa sul davanti che “cadde” appoggiandosi a una parete durante i lavori di manutenzione.

Successe pure che un branco di maiali entrò in galleria a curiosare. Furono fatti uscire dalla polizia, poco esperta con gli animali, dopo parecchio tempo. Capitò pure che un van che trasportava un cavallo si rovesciò per un piccolo sbandamento e l’animale, molto spaventato, uscì. Giunta la polizia, anche in quel caso non riusciva a domarlo ed era pronta con le pistole puntate verso l’equino quando sopraggiunse un auto dalla direzione opposta. Scese una ragazza di circa 15 anni che con calma riuscì ad avvicinarsi al cavallo, lo accarezzò e con dolcezza lo portò fuori dal tunnel.

Prima del traforo, raggiungere Coira dal Moesano in inverno non era facile. Il passo era chiuso e, con il treno, bisognava prendere la via del San Gottardo, via Thalwil o Zurigo. Era un lungo viaggio per le persone che dovevano spostarsi per lavoro, per impegni politici oppure per gli studi. Con l’avvento del traforo tutto si è semplificato; soprattutto durante i mesi invernali si può raggiungere Coira in meno di due ore permettendo di svolgere i vari impegni e rientrare in giornata.

Vai al dossier La galleria del San Bernardino cliccando qua.

Archivio Museo della Memoria: MDM0564

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7 ottobre 2021
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