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Il futuro della Casa Comunale, il quartiere

2018
Lugano-Gandria
Athena Demenga

A pochi passi dal piazzale retrostante la Chiesa appare la Casa Comunale, che attualmente è definita ‘di Quartiere’ e prossima a esser ribattezzata SPIN (Spazio Insieme) di Gandria. Il piano vòlto al pubblico e accessibile dalla strada è fattualmente il terzo dalle fondamenta. Per comprenderne l’interezza sui suoi tre livelli vi si giunge percorrendo una gradinata in diagonale verso il lago. Un edificio che da questa prospettiva svetta snello con tanto di cintura marcapiano, a evidenziare l’originaria costruzione di due livelli dell’inizio del Novecento, e la successiva sopraelevazione degli anni Settanta. Lo stemma dipinto la caratterizza con gusto d’epoca e alcuni elementi agricoli divengono presenze che testimoniano la lavorazione delle olive, disposti nell’angolo adibito a giardino.

Un edificio che introduce, per la prima volta dopo la Chiesa, un’impostazione concretamente differenziata degli aspetti funzionali, organizzativi e istituzionali di un villaggio come Gandria, che sembra incantato in un’epoca oscillante tra il Medioevo e cent’anni fa. Ma andiamo con ordine.

Si nota subito che questo edificio non è legato, tanto per l’impianto in sé quanto per le sue caratteristiche architettoniche, al più evidente nucleo di spirito medievale della maggior parte di Gandria, pur integrandosi con distinta dignità. Esiste dal 1911 e, grazie alla vendita dell’agognato trittico di San Vigilio al Landesmuseum di Zurigo, è stato costruito in buona maniera e con un certo rigore pragmatico per assolvere alle funzioni di casa comunale nonché accogliere gli scolari gandriesi in una sede più consona alle precedenti, poggiante su un terreno che era adibito a orti di proprietà dei Giambonini, dei Bordoni e dei Taddei. Negli anni Settanta si rese inevitabile realizzare anche una palestra, che fu risolta elevando di un piano l’edificio e rendendone autonomo il suo ingresso. Tuttavia dalla fine degli anni Settanta l’esigua quantità di allievi comportò una riorganizzazione che li condusse definitivamente in altre strutture scolastiche di Lugano dove proseguire i loro studi.

La funzione di Municipio si concluse quando anche Gandria, nel 2004, si aggregò alla Grande Lugano. Gli spazi, di buona finitura e con interessanti elementi artistici commemorativi delle famiglie gandriesi di spicco, sono utilizzati per assemblee e riunioni delle varie associazioni, e anche la palestra ha funzione multiuso. Questo è il momento dove si sta lasciando andare ciò che è stato, e ciò che deve avvenire è davvero prossimo affinché si stabilizzi la continuità storica tra quanto esiste e la nuova identità che coinvolge tutto il villaggio. Tanti sono curiosi, gandriesi e non, di vederne presto la trasformazione e il riuso così da inserire quello che fu il fulcro comunale in un’ampia rete regionale propositiva, con spazi di condivisione di ampio interesse, spazi espositivi nelle sue vaste accezioni, dunque spazi vivi e illuminati.

Già alla fine del secolo scorso, coinvolgendo dei giovani in formazione, si realizzarono la macina con la base della mola e il frantoio, per omaggiare, ammiccando ai disegni di Vigilio Rabaglio, una lunga tradizione della produzione di olio d’oliva, e forse divenendo a loro modo una premonizione del senso e del nuovo sguardo che permette di scorgere la sua prossima forma, fatta di memoria, di visibilità e di apertura. Un luogo importante per Gandria, che si dedica con molteplici sfumature al proprio patrimonio e alla conservazione, all’unità e alla distinzione, anche con quieta urgenza.

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Athena Demenga
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19 aprile 2021
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