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«Il nostro Montale» a Lugano

28 aprile 1967
RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana

Il 28 aprile 1967, il programma televisivo «Il Regionale» mandò in onda questo servizio di Osvaldo Benzi dedicato alla serata organizzata dal Circolo di cultura al Liceo cantonale dedicata ad Eugenio Montale. Presente l’autore degli «Ossi di seppia», a parlare del poeta ligure fu Vittorio Sereni, introdotto da Adriano Soldini.

Lo stesso Osvaldo Benzi scrisse un articolo per il quotidiano «Libera stampa», apparso a pagina 2 dell’edizione di sabato 29 aprile 1967, che trascriviamo per esteso:

Eugenio Montale […] è stato fatto segno da parte di un folto pubblico che stipava letteralmente l’Aula Magna del Liceo cantonale, di una corale manifestazione di simpatia, di rispetto e di ammirazione.
L’occasione felice dell’incontro con il poeta di «Ossi di seppia», era il frutto di una iniziativa del Circolo di Cultura ticinese, presieduto dal prof. Adriano Soldini. Vittorio Sereni è stato invitato a parlare sul tema «Il nostro Montale» nel settantesimo del poeta e dopo quarant’anni dalla prima pubblica­zione di «Ossi di seppia».
Sereni ha considerato li lavoro di Montale nel suo insieme, ma il suo esposto non voleva essere — lo ha sottolineato — critico. Il personaggio Montale è grosso, la bibliografia relativa copiosa: farne un’analisi comporta non poco impegno. Peraltro, un discorso critico non si fa nell’ora, o poco più, concessa solitamente ai conferenzieri. Piuttosto Sereni ha esaminato i rapporti correnti tra i tre libri di Montale: «Ossi di seppia», «Le occasioni», «La bufera», senza indulgere, tuttavia, sulle particolarità lessicali, stilistiche e metriche, soffermandosi invece su una certa disperazione poetica del Montale, sul lirismo indiscutibile della sua poesia, sulla progressiva elaborazione dei propri spunti, sulle suggestioni che suscitarono, che ancora suscitano i suoi versi, e sul loro effetto taumaturgico, di consolazione.
Con i suoi effetti di luce e di contrasto — ha detto il conferenziere — la poesia di Montale può essere paragonata alla pittura veneziana del ’500. Un particolare significato, emblematico, assunsero i versi di Montale negli anni di guerra, in quelli che furono tempi di «lager»: e per chi non fraintendeva il poeta, i suoi versi potevano anche lenire dolori, e sofferenze. Perché esprimevano cose concrete: ed è questo che conta. Non l’esprimersi, ma l’esprimere. Non il progetto letterario, l’operazione letteraria, che non stanno dietro la poesia di Montale, e nemmeno l’ermetismo, che ha poco a che fare con il poeta delle «Occasioni». Ma og­gi il mondo è cambiato…
«Poiché il nostro tempo — ebbe a scrivere Montale in un suo elzeviro intitolato “Dal museo alla vita “ — ha sostituito l’eccitazione alla contemplazione e il numero non è più il segreto delle leggi divine, bensì l’oggetto della statistica non vedo perché non si debbano trarre le debite conclusioni dalle mutate condizioni di vita dell’uomo che fu detto “sapiens” e “faber” (e poi “ludens” ed ora è “destruens”) a vantaggio dell’immenso tutti-nessuno che stiamo avviandoci a formare. È molto triste per i superstiti individui che l’arte moderna, nata come tragedia, si sia capovolta in commedia o in farsa. Ma potrà essere motivo di immenso orgoglio se un giorno l’universale macchina funzionerà di bene in meglio. Per ora è questione di gusti, il che implica una scelta. Domani, spento ogni ricordo e confronto, non ci sarà più né gusto né scelta. Ci sarà la felicità e l’irresponsabilità del fatto compiuto». È cambiato il colore dei tempo, ma il messaggio di Eugenio Montale conserva tutta la sua suggestività.

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16 luglio 2021
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