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«Il villaggio dei matti?» – documentario

31 ottobre 1976
RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana

Il 7 novembre 1976, la trasmissione televisiva «Era. Ora», mandò in onda un dibattito condotto da Dino Balestra su realtà e problemi dell’Ospedale Neuropsichiatrico Cantonale (ONC) di Mendrisio. In studio ci furono Benito Bernasconi, Consigliere di Stato, capo del DOS; Jole Trevisan: infermiera psichiatrica dell’ONC; Graziano Martignoni: medico psichiatra dell’ONC; ed Elio Gobbi: direttore dell’ONC.

Il dibattito fu proceduto da questo documentario di Matteo Bellinelli girato dentro le mura dell’Ospedale Neuropsichiatrico Cantonale e andato in onda il 31 ottobre 1976. Gli intervistati sono: Jole Trevisan: infermiera psichiatrica dell’ONC; Giuseppe Lombardi: medico psichiatra dell’ONC; Annamria De Paris: infermiera psichiatrica dell’ONC; e Romano Daguet: medico psichiatra dell’ONC.

Nelle pagine di «lanostraStoria.ch» pubblicammo già una versione di questo documentario, che il servizio documentazione dell'ONC ci fece osservare monco dell'ultima parte. Quella ora pubblicata è la versione integrale. Il testo descrittivo emenda anche l'errore di datazione fattoci cortesemente osservare dal dott. Romano Daguet.

Nelle pagine 2 e 3 del settimanale «TeleRadio 7», n. 44, 30 ottobre – 5 novembre, il dibattito in studio curato da Dino Balestra e il documentario di Matteo Bellinelli, venivano presentati con questo testo:

La Televisione della Svizzera Italiana ha realizzato negli scorsi mesi, all’interno dell’Ospedale Neuropsichiatrico Cantonale di Mendrisio, un documentario-inchiesta di 55 minuti intitolato «Il villaggio dei matti?»: documentario che la TSI presenterà domenica 31 ottobre, alle ore 19.50.
Domenica 14 novembre, sempre alle ore 19.50, andrà poi in onda un dibattito, al quale parteciperanno medici e amministratori del nostro Ospedale Psichiatrico, e che prenderà lo spunto dai principali temi di riflessione e di discussione contenuti nel documentario «Il villaggio dei matti?».

L’Ospedale Psichiatrico nel Ticino

In questi ultimi tempi – nell’Europa Orientale, in quella Occidentale e negli Stati Uniti – l’Ospedale Psichiatrico è stato posto sotto accusa: sia per il rischio di arbitrio insito nella procedura di ricovero coattivo; sia per i deficienti metodi di cura, dovuti soprattutto al mistero che tuttora avvolge le più importanti forme di malattia mentale; sia, infine, per le gravi limitazioni arrecate alla libertà e alla autonomia della persona ricoverata in una istituzione quale, appunto, un Ospedale Psichiatrico (limitazioni raramente giustificate dalla sicurezza della società esterna o dell’individuo ricoverato, bensì sovente dipendenti da fenomeni di meccanica emarginazione sociale). Un periodo di indagine relativamente lungo trascorso nell’Osp. Neuropsichiatrico Cantonale di Mendrisio ci ha permesso di verificare come le carenze descritte siano proprie all’istituzione psichiatrica in quanto tale, e come esse siano quindi riscontrabili anche all’O.N.C. Con questo documentario proponiamo così alla pubblica discussione il risultato di un doloroso viaggio all’interno di una delle istituzioni e uno dei luoghi più segreti» della nostra società.

Funzione custodialistica dell’Ospedale Psichiatrico

L’Ospedale Psichiatrico in quanto tale è apparso a noi avere una funzione più custodialistica che terapeutica: la sua storia evidenzia un prioritario interesse per la protezione della società dal malato mentale, conferendo un ruolo subalterno alle componenti terapeutiche. È troppo diffuso il concetto secondo il quale malato mentale e società siano due entità contrapposte: il malato mentale essendo l’aggressore, la società essendo la vittima messa in pericolo. In realtà, persuasivi studi statistici, citati da un medico nel documentario, dimostrano la non particolare pericolosità del pazzo e come questa sia attribuibile ad uno stereotipo fondato sul timore latente, presente in tutti noi, di essere aggrediti dall’altro. La malattia mentale ha certamente una natura sociale, perlomeno nella misura in cui la causa dell’internamento è appunto la lesione del «normale» rapporto interindividuale. Con l’istituzionalizzazione, il problema delia malattia mentale viene individualizzato: il comportamento abnorme non è più visto come il sintomo di un disagio, di un problema all’interno di un gruppo sociale che lo causa (la famiglia, l’ambiente di lavoro, il quartiere, la popolazione intera del villaggio). Il sintomo viene cancellato, il suo valore intrinseco di segno, di rivelatore, viene disinnescato. Dice un’infermiera dell’O.N.C. nel documentario: «La società, nel momento stesso in cui, non so quanti anni fa, ha creato quest’istituzione, non l’ha fatto per affrontare e risolvere un problema, ma piuttosto per emarginare chi era fonte di problemi».
Inoltre, essendo il disturbo sociale causato dal malato il criterio di «psicopatia», niente è più labile, e in relazione al sistema sociale, di tale concetto. Lo dimostra bene l’esempio riferito ai degenti anziani citato da un medico nel documentario: «La motivazione di ricovero dei pazienti anziani provenienti dalle zone urbane non è tanto dovuta al riconoscimento della reale patologia psichiatrica, quanto soprattutto a motivi di disturbo. Il contrario invece avviene negli ambienti montani che... riescono a tenersi i propri vecchi, anche perché un vecchio in montagna ha ancora un senso. In altri ambienti, dove il mito della produzione e del consumo sono prevalenti, il vecchio non ha nulla dadire, perché non consuma più niente e non produce più niente: è semplicemente un elemento da emarginare».
Pertanto, quanto più chiuso sarà II codice che applichiamo nei rapporti interpersonali, cioè quanto più intolleranti saranno il nostro modo di vita e le nostre abitudini, tanto più frequentemente saremo portati a definire devianti i comportamenti di chi ci sta vicino. Facilitati, ad esempio, dall’assenza, nel nostro ordinamento giuridico, di una normativa procedurale atta a tutelare il singolo in caso di ricovero coattivo e della presenza, per contro, di una vetusta e iniqua legge concernente l’internamento degli alcoolizzati e dei vagabondi.

Funzione terapeutica dell’Ospedale Psichiatrico

L’O.N.C. di Mendrisio offre una serie di interventi terapeutici diversi: l’onerosa e contestata terapia insulinica, l’elettrochoc, l’ergoterapia e l’uso di psicofarmaci, la cui somministrazione può essere di aiuto in momenti particolari, ma non può eliminare le cause che hanno originato lo scompenso clinico. Questi interventi suscitano all’interno dell’Ospedale stesso analisi e riflessioni significative. È questo un momento della pratica e dello sviluppo dell’istituzione psichiatrica – come testimoniano le affermazioni di infermieri, medici e pazienti – che assume un ruolo di denuncia nel documentario.
L’eterogeneità dei degenti all’O.N.C, la loro promiscuità, il loro numero eccessivo (più di 850 posti letto, ripartiti in 13 padiglioni diversi, con un rapporto medico-paziente di circa 1 a 70), l’innaturalità del loro tato di cattività, rendono difficilmente efficace l’intervento di medici e infermieri verso quella percentuale di malati che hanno necessariamente bisogno di una struttura ospedaliera e di una costante assistenza specialistica. Sociologi hanno posto in evidenza il fenomeno di deculturazione di cui è vittima il degente che è spinto ad un comportamento adattivo non verso una vita normale, bensì verso una vita in istituzione, che viene vista come un ambiente protettivo nei confronti della realtà esterna; d’altro canto taluni psichiatri hanno addirittura dimostrato come la degenza in Ospedale Psichiatrico provochi a medio e lungo termine un comportamento chiamato «psicosi Istituzionale», la perdita dì Identità, di sicurezza e del concetto di sé del degente.
Questo non facilita la dimissione del paziente dall’Ospedale Psichiatrico e il suo reinserimento nella società. Egli inoltre continua a subire lo stigma che rappresenta ancora per molti il ricovero all’O.N.C.
Dice infatti un degente nel documentario: «Quando vado a casa, davanti a tutti gli altri devo abbassare la testa, non posso più far valere le mie ragioni. Una volta ho sentito dire: "Lasciatelo da parte, quello è stato alla Valletta". Ora sono ancora più maledetto di quanto già non fossi».
Al momento della dimissione, l’ex-degente si trova confrontato con ritmi di vita e modi di relazione al quali non è più abituato, senza trovare il necessario aiuto nelle carenti strutture esterne di assistenza. Proprio all’esterno dell’O.N.C dovrebbero sorgere quelle strutture e quegli stimoli che non permettano più alla comunità di emarginare in un ospedale chiuso problemi che riguardano tutti noi, e che dovrebbero essere gestiti nel luogo stesso ove essi sono sorti.

Conclusione

La conclusione del filmato nella figura di un padre che ospita e si occupa di una figlia schizofrenica vuole emblematicamente evidenziare che la malattia mentale è, al di là della sofferenza, un problema eminentemente sociale, la cui soluzione non sta nella sua emarginazione in un contesto delimitato (appunto, un «villaggio» sui generis), né nel demandare esclusivamente a tecnici l’eliminazione di conflitti che sono in realtà anche nostri, del nostro ambiente sociale; bensì nell’assunzione da parte di tutti noi di tali problemi e di tali conflitti, nell’accettazione della presenza del malato di mente nella nostra realtà quotidiana. Perchè in lui c’è anche parte di noi; e forse è per questo che lo temiamo.
«Il villaggio dei matti?» intende proseguire, a livello di contenuto e di forma, il discorso iniziato con il documentario «Tutti in prigione». L’assenza di domande, riflessioni o conclusioni da parte nostra vuole privilegiare l’immagine e la testimonianza diretta dei protagonisti del documentario; i pazienti, le infermiere, i medici, l’atmosfera stessa dell’O.N.C.
Carrellate, lunghi piani fissi e primi piani tendono così a sottolineare la progressiva emarginazione della persona istituzionalizzata e la sua irrecuperabile solitudine.

Matteo Bellinelli

Marco Borghi

«Il villaggio dei matti?» – dibattito

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5 febbraio 2020
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