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«Tutti in prigione». Un’inchiesta di Matteo Bellinelli e Marco Borghi

28 maggio 1976
RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana

La seta del 28 maggio 1976, la TSI mandò in onda «Tutti in prigione», un’inchiesta di Matteo Bellinelli e Marco Borghi realizzata nel penitenziario cantonale della Stampa, a Cadro.

Nel settimanale «Teleradio» in edicola per la settimana dal 22 maggio al 28 maggio 1976, l’inchiesta era presentata estesamente in due pagine, che trascriviamo per intero, assieme con l'intervista a Matteo Bellinelli.

La Televisione della Svizzera Italiana ha realizzato, all’interno del Penitenziario Cantonale della Stampa, un documentario di un’ora. Sono rari i documenti cinematografici e televisivi che testimoniano dal vivo la realtà e il significato della vita in un grande carcere. I detenuti stessi sono i protagonisti di «Tutti in prigione»: loro sono le amare confessioni, le lucide riflessioni e le dolorose denunce ispirate dalla debilitante esperienza carceraria.
Al carcere la società assegna il compito di rieducare e di risocializzare il reo: ma l’incarcerazione comporta l’attribuzione di una macchia al detenuto, crea una immagine sociale stereotipata del criminale, lo riduce ad un essere differente.
L’emarginazione del detenuto è stata violata dalle cineprese della TSI che sono rimaste due settimane all’interno del Penitenziario della Stampa, accettate in modo sempre più naturale dai detenuti che le Intuivano loro portavoce.
Il contatto diretto con il detenuto vivente nell’atmosfera del carcere ne elimina lo stereotipo di persona diversa. E con esso scompare la possibilità di identificare in lui il male, la corruzione, la violenza. E fa meditare sulla necessità dell’esistenza dell’istituzione penitenziaria.

Intervista a Matteo Bellinelli

Quale scopo vi siete prefissi di raggiungere con la realizzazione del documentario «Tutti in prigione»?

Dalla condizione del detenuto e della vita in un carcere, il cittadino ha sempre avuto un’immagine parziale, spesso poco precisa. Le informazioni in proposito mancano e la possibilità di vivere dall’interno la realtà del carcere è praticamente negata, a tutti. Lo scopo del nostro documentario è appunto quello di testimoniare, dall’interno, la vita di un penitenziario. Abbiamo scelto il penitenziario della Stampa, definito fra i più moderni ed efficienti della Svizzera e preso come modello del genere, perché, effettivamente, questo penitenziario sembra estremamente interessante: pulito, efficiente, organizzato. Il detenuto vi gode il «privilegio» di una cella individuale; se lo desidera può vedere la televisione quattro sere la settimana; ha un certo numero di minuti di passeggiata quotidiana. «Lavora», quindi, è in contatto con gli altri detenuti. In realtà tutto ciò è falsa libertà e falso privilegio. Il detenuto è drammaticamente solo in cella non può fare altro che confrontarsi con i propri pensieri e la propria condizione di emarginato. La cella individuale, quindi, punisce ancor più il detenuto, costretto a lavorare perché non può e non vuole rimanere 23 ore chiuso nella cella; ma il suo lavoro non è lavoro di rieducazione e di risocializzazione, bensì un lavoro puramente alienante che gli permette unicamente di riempire la maggior parte della giornata a contatto con gli altri detenuti; detenuto più detenuto, emarginato più emarginato: dov’è la socializzazione? Per una paga irrisoria il detenuto in carcere esplica un lavoro monotono di ripetizione meccanica di gesti che non hanno nessun senso. Lavare la biancheria sporca del penitenziario e di altri istituti cantonali; montare solo talune parti di un orologio; in una sezione detta della plastica, addirittura, deve infilare dei rotoli di nastro adesivo in una busta, un lavoro che non ha nessuna funzione di risocializzazione. Ci è sempre stato detto che la funzione precipua del penitenziario è quella di risocializzare colui il quale ha peccato verso la società. Così com’è strutturato attualmente il carcere non è in grado di risocializzare nessuno, in quanto non offre al detenuto la possibilità -- una volta scontata la sua pena e ritornato nella società -- di reinserirsi in essa con moderata facilità. Il carcere non fa quindi che ricreare un circolo di esclusi per I quali non fa assolutamente niente. Può quindi sorgere II dubbio, ed è quanto hanno voluto suggerire I detenuti, che il carcere, in realtà, non sia voluto per risocializzare, ma per escludere e reprimere.

Voi realizzatori del documentarlo non interferite nelle dichiarazioni dei detenuti poiché al termine si dibatte sulle loro affermazioni: I detenuti esprimono una loro verità; non credete che questa visione unilaterale del problema, che finisce con trasformarsi in atto d’accusa contro la società, sia controproducente al fine che perseguite?

Se unilateralità esiste essa è appunto la dimostrazione dell’estrema lucidità e dell’estrema coerenza delle analisi che del carcere fanno i detenuti. Se un giudizio negativo è implicito nel documentario, che abbiamo realizzato sull’istituzione carceraria, esso è dovuto proprio all’esperienza e all’amarezza quotidiana dei detenuti. Perché? Perché sulla loro pelle e a proprie spese, si rendono conto che il carcere, appunto, non serve i fini per i quali è stato istituito e non fa nient’altro che aggravare la loro situazione, isolandoli ed escludendoli ancora di più dalla società. Si trattava per noi non di esprimere giudizi personali sul detenuto e sull’istituzione, né di parlare o di testimoniare su casi individuali, bensì di documentare la situazione del detenuto che si ripete in tutti i detenuti, attraverso l’osservazione della loro vita, la testimonianza del loro sconforto e l’amarezza che provano di fronte all’impossibilità di imparare a vivere in una società che in un modo o in un altro li ha condotti all’emarginazione. È questa la testimonianza che noi abbiamo voluto portare a conoscenza del pubblico. Se poi il giudizio è negativo, questo mi sembra la conclusione logica dell’analisi che del carcere hanno potuto fare coloro i quali ne sono la vittima principale.

Nel vostro documentario si può riscontrare una proposta alternativa?

Non si trattava per noi, in nessun momento della nostra inchiesta, di proporre un’alternativa ma di testimoniare la vita del carcere e il ruolo assunto dall’istituzione carceraria. Non volevamo dire a priori che esso è negativo e dev’essere sostituito con tale o talaltra istituzione; non volevamo proporre un «anticarcere», ma capire i meccanismi e gli scopi del penitenziario. Questa era la nostra intenzione e questo è quanto abbiamo voluto dire attraverso il documentario. Non mi sembra che il documentario in sé suggerisca implicitamente una risposta o una proposta alternativa al carcere; esso propone piuttosto l’analisi e la testimonianza del fallimento del carcere così com’è concepito, e così come funziona attualmente.

Allora si tratta di un documentario sulla condizione del detenuto realizzato prescindendo dai casi personali che lo illustrano?

Assolutamente. Il caso della tale signora o quello di tal giovane a noi non interessavano; interessava invece, la condizione di quella signora e di quel giovane all’interno di una struttura che fa dell’individuo un numero. È quanto gli stessi detenuti dicono; non si può parlare di personalità quando si è costretti a passare in carcere un lungo periodo di tempo durante il quale si diventa un oggetto nelle mani di un certo modo di intendere la risocializzazione e la vita stessa dell’individuo. Abbiamo analizzato un fenomeno sociale di drammatica importanza. Non è parlando dei casi personali che si può pretendere di sensibilizzare l’opinione pubblica; è analizzando le strutture e il comportamento di un’istituzione che si può, cercare di rendere cosciente il maggior numero possibile di persone su quanto può o non può funzionare all’interno della nostra società.

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13 gennaio 2022
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