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«Se fosse sempre bella, non sarebbe vita»

9 marzo 1985
RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana

«La più alta avventura che l’emigrazione ticinese abbia mai realizzato», per dirla con le parole di Ferruccio Bolla, ebbe come principale protagonista Mosè Bertoni di Lottigna, che rappresentò un unicum per svolgimento, rigore scientifico, ammaestramento morale. In Mosè Bertoni, che nutriva nel suo animo un forte sentimento di ribellione contro le ingiustizie sociali del suo tempo, agiva l’effetto di frustrazione per la povertà della condizione economica sua personale, e, in generale, della propria regione, e per le insuperabili difficoltà che si frapponevano alla realizzazione di una vita conforme alle sue inclinazioni di studioso di scienze naturali. Lo spinse ad emigrare il desiderio di creare una nuova comunità sociale in cui sperimentare conoscenze e convinzioni personali che riteneva possibile attuare soltanto in terra lontana e nell’ esercizio di attività agricola. Si imbarcò a Genova, l’11 marzo 1884, a 27 anni, con madre, moglie e cinque figli, il maggiore dei quali aveva sette anni.

Giunto a Sant’ Anna di Misiones, in Argentina, scrisse ai congiunti rimasti nel Ticino: «Sono felice, felicissimo di essere arrivato in questa terra meravigliosa». Sebbene la terra si fosse manifestata idonea agli obbiettivi di Bertoni, ben presto, però, egli dovette annacquare entusiasmo: la mancavano braccia e attrezzi, qualche compagno lo abbandonò; qualcuno tentò pure di assassinarlo. Scrisse Mosè al proprio figlio, Winkelried: «Credo in questo paese e nel suo avvenire. Sono le sue disgrazie a farmelo amare. Vedi bene che ad esso ho sacrificato tutto. Stiamo compiendo un dovere verso l’umanità e verso questa terra. Mi dirai che nessuno ci ha invitati a farlo ma è proprio per questo che c’è merito in quel che facciamo. Nessuno lo riconosce? Nessuno ci mostra gratitudine? la storia di tutti i benefattori che l’umanità ricorda è sempre la stessa: nessuno si è mai preoccupato di ringraziare coloro che l’hanno fatto. Chi facendo il bene degli altri mira al proprio interesse è un egoista buono, però è un egoista.» Trasferitosi nel Paraguay, Mosè Bertoni, tra il 1988 e il 1893, risiedette nella colonia di Yaguarazapá, sulla riva paraguaiana del Paraná, successivamente — nel 1893 — egli si trasferì più a nord, nel luogo che sarebbe poi stato chiamato «Puerto Bertoni», oasi di civilizzazione e centro di ricerca scientifica nella foresta tropicale. Mosè Bertoni raccolse oltre 40 mila reperti di botanica, fauna, mineralogia ed etnografia. Ad Asuncion creò la Scuola Nazionale di Agricoltura e, per un certo periodo di tempo, rivestì la carica di Direttore della Divisione di agricoltura e colonizzazione del Ministero del promovimento economico. Avversità naturali che distrussero più volte il frutto del suo lavoro pratico; incomprensioni e difficoltà creategli da Il’ alternarsi al potere di governi di diverso e contrastante colore politico, nonché il peso della fatica e delle delusioni ebbero, a lungo andare, ragione del suo spirito battagliero. Ora è sepolto nella foresta che circonda Puerto Bertoni , accanto alla madre , Giuseppina; alla moglie, Eugenia, e ai figli, Helvecia (che inizialmente si chiamava Sofia Perovskaya) e Lineo. Confessò suo figlio Winkelried: «le delusioni, gli insuccessi, i tradimenti erano per mio padre cose della vita, che, se fosse sempre bella, non sarebbe vita».

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29 aprile 2019
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