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Innamorarsi di Ambrì Piotta, a poco a poco

2007
Padova
Andrea Burlin
giuseppe donati

Il racconto di come dalla Pianura veneta ero giunto ad innamorarmi di una squadra tra i monti del Cantone Ticino in Svizzera -

scritto di Andrea Burlin - Padova -

anno 2007 - "del settantesimo HCAP"

Ricordarsi quando due persone si conoscono per la prima volta non è sempre possibile, più facile dire quando si innamorano e si fidanzano.

Questo è un po' quello che mi è successo con l'Hockey Club Ambri Piotta: ricordarmi quando fu la prima volta che sentii parlare di questa squadra di hockey su ghiaccio è complicato, però non ho alcuna difficoltà a dire quando le dichiarai il mio perenne amore.

Occorre però fare un passo indietro, serve una premessa per descrivere bene com'è potuto accadere tutto questo: il racconto parte qualche anno prima di conoscere l'Ambri Piotta, quando ancora per me l'hockey sul ghiaccio era uno sport praticamente sconosciuto.

Anche perché io, abitante della pianura padana in una zona dove l'unico hockey conosciuto (si fa per dire) è quello su prato, l'unico ghiaccio che posso avere è (passatemi per buona questa vecchia battuta) quello del freezer. Ma allora qualcuno potrebbe anche chiedersi: "Come hai fatto allora a conoscere questo sport? E soprattutto come hai fatto a conoscere (e diventarne tifoso) una piccola squadra svizzera, piuttosto distante da casa tua?"

Presto detto: una serie di casualità.

Era il 1981 e in quell'anno si giocavano i mondiali di gruppo B in Val Gardena. Proprio per casualità mi capitò di vedere a tarda ora sulla televisione una sintesi della gara giocata quel giorno, e trovai subito questo sport molto bello, veloce ed entusiasmante a tal punto che non persi più una gara. Mi aiutava poi il fatto che la nostra nazionale fece una splendida figura conquistando la promozione per la prima volta (credo) nel gruppo A tra i mostri sacri di questo sport (e a quel tempo era piuttosto difficile raggiungere l'elite dell'hockey, considerando che c'erano solo 8 squadre nel gruppo A).

Purtroppo l'età (17 anni) e la lontananza da località dove si giocava ad hockey non mi aiutò ad approfondire la bellezza di questo sport e tutto sembrò terminare lì... però un germe era stato seminato e là rimase piantato, nell'attesa che un giorno potesse germogliare.

Per fiorire questo germe dovette aspettare altri 4 anni e la fortunata casualità che la squadra più vicina a me (l'Asiago Hockey) fu sponsorizzata da una televisione privata della mia città: i responsabili trovarono interessante inserire nel palinsesto TV un bellissimo programma di hockey dove, oltre ad una sintesi della gara, si parlava di hockey in generale; fu un anno stupendo per l'Asiago, che arrivò in finale per la prima volta nella sua storia ma dovette arrendersi davanti al Merano in tre splendide finali coronate da un pubblico eccezionale (alle nostre latitudini aver 4000 spettatori ogni gara è un record).

Lo spettacolo che vidi in televisione fece scoppiare in me una tremenda fame d'hockey, ardevo dalla voglia di conoscere in profondità uno sport che sentivo come se fosse sempre stato mio. Quel programma fu come una manna per me; anche se non riuscivo a vederlo costantemente la fortuna volle che (ennesima casualità) io fossi presente la sera in cui il giornalista conduttore Franco Bragagna pronunciò una frase che si stampò nella mia mente come marchiata da un ferro rovente:

"Chi ama questo sport non può non conoscere l'Ambrì"

Non credo fosse la prima volta che sentivo il nome di questa squadra, era già da un po' che saccheggiavo ogni edicola nella ricerca di giornali o riviste che parlassero di hockey: avevo già conosciuto dei giornali in lingua tedesca che pubblicavano regolarmente i risultati della lega nazionale svizzera. Però questa frase detta in quel modo impiantò in me un altro germe: "Io amo questo sport!, quindi prima o poi riuscirò a conoscere questo Ambrì". Anche se a dire il vero prima di tutto dovevo scoprire dov'era questo Ambri e la cosa mi sembrava alquanto strana.

Era il 1986 e non ero ancora riuscito a vedere una gara dal vivo. Finalmente l'attesa terminò l'11 marzo ad Asiago: erano passati solo pochi giorni dalla storica finale col Merano ed entrando in curva ero emozionantissimo (come se entrassi per la prima volta a San Siro); la partita non fu un gran che (l'Italia stravinse su una selezione jugoslava) ma io ero contento lo stesso: il ghiaccio era rotto e adesso non vedevo l'ora che iniziasse il nuovo campionato.

Nel mio primo anno di hockey sulle piste ne vidi tante di partite: quasi tutti i fine-settimana ero in giro per gli stadi del ghiaccio a vedere le gare più interessanti, volevo conoscere tutte le realtà hockeistiche italiane; quell'anno poi ci furono anche i mondiali di gruppo B in Italia, e li vidi naturalmente dal vivo. La fame di hockey non si placava, volevo conoscere anche l'hockey giocato fuori dai confini nazionali.

L'occasione d'oro arrivò a settembre, sempre del 1987, con la fase finale di Coppa dei Campioni che si giocò a Lugano. Era la grande possibilità di vedere dal vivo lo squadrone galattico del CSKA di Mosca della mitica linea KLM, Krutov-Larionov-Makarov, un qualcosa che un appassionato non poteva assolutamente perdere. E contemporaneamente ci sarebbe stata un'altra occasione: finalmente avrei potuto sapere qualcosa di più dell'Ambrì.

Così una mattina, quando non erano in programma gare alla Resega, presi il trenino in direzione della Val Leventina, destinazione Ambrì, con la speranza di scoprire cosa spingeva un giornalista italiano a pronunciare una frase così importante.

Per la verità una volta sceso alla stazione la prima impressione fu piuttosto freddina, e la primissima visone esterna della Valascia non fu quel che si dice un momento elettrizzante. Vedere l'interno della pista attraverso i cancelli però mi fece cambiare un po' il giudizio, con quella tribuna dai posti colorati: mi stupii nel vedere in un paese così piccolo uno stadio così grande anche perché nelle località montane italiane ero abituato a vedere stadi di dimensioni più modeste, almeno nel numero dei posti a sedere. Nonostante la piccola delusione la curiosità di vedere dal vivo questa squadra rimase comunque intatta anche perché, nel continuo ricercare notizie di hockey, lessi qualche mese dopo un articolo che parlava del fascino del derby del Ticino. Occorreva trovare l'occasione che ancora non si era presentata.

L'attesa non durò molto, l'anno successivo si presentò una di quelle combinazioni che a me piacciono molto: due squadre posizionate in testa alla classifica e divise da pochi punti... in questo caso il Lugano era in testa alla classifica e l'Ambri si trovava un punto dietro, il classico big-match che promette spettacolo ed emozioni. Ma come fare? Come trovare un recapito telefonico della società per vedere se era possibile prenotare un biglietto e contemporaneamente trovare un posto dove dormire in un paesino così piccolo? La fortuna (un'altra volta) mi aiutò nel trovare appoggio presso il Ristorante Internazionale che mi procurò sia il biglietto che una camera dove passare la notte: non vi dico l'emozione che avevo già alcuni giorni prima della gara.

Il viaggio in treno fu interminabile (oggi non ci faccio più caso), cambio a Milano, cambio a Chiasso e poi una sequela infinita di fermate, stazioni e stazioncine dove quasi ogni volta salivano sul treno ragazzi e ragazze vestiti degli inconfondibili colori bianco-blù, la fotocopia di un treno organizzato ma con la differenza che questo era una normale corsa ordinaria.

Come tutte le prime volte ci fu qualcosa che non andò bene, purtroppo entrai allo stadio un po' troppo tardi e fu arduo trovare un posto che permetteva una discreta visuale, il primo impatto con questa affluenza fu impressionante, abituato com'ero a 4000 spettatori solo in finale e solo in certi stadi italiani, vederne più di 8000 (ma lo seppi solo successivamente che eravamo così numerosi) era incredibile e stupendo, non mi capacitavo da dove venissero tutti quei tifosi viste le dimensioni del paese. Il pensiero non durò molto: iniziò la gara.

Ogni volta che andavo a vedere una partita il mio "tifo" era indirizzato all'hockey, la speranza era sempre quella di vedere una gara intensa ed emozionante condita da un bel gioco, poi normalmente c'era una piccola simpatia per chi giocava in casa, forse perché mi sentivo un loro ospite. Ma in questo caso fu difficile essere estraneo, fu difficile non lasciarsi trasportare da tutto l'entusiasmo che c'era attorno, la Curva Sud era davvero trainante.

La gara fu entusiasmante, mi ricordo che inizialmente vidi poco della partita e persi i primi gol, l'Ambri ci provava ma il Lugano era forte ed andò sullo 0-1... i padroni di casa non cedettero, addirittura riuscirono a portarsi in vantaggio e la bolgia nella Valascia fu incredibile. La gara finì con la vittoria dell'Ambri per 4 a 2 ma probabilmente me ne accorsi solo più tardi, ed il perché è presto detto:

primo, fu difficile essere estraneo a tutto l'entusiasmo e più la gara prendeva una certa piega più la mia passione cresceva... il culmine arrivò poco prima della fine: non fu il quarto gol dell'Ambri ma un coro che partì dalla Curva Sud e si diffuse in ogni più remoto angolino della Valascia, un coro che mi trapassò dentro come un fulmine a ciel sereno e mi lasciò senza fiato: i tifosi dellíAmbri festeggiavano la vittoria cantando musica e parole della Montanara!!!

Amo profondamente la montagna e come ogni buon montanaro adoro questa canzone, chissà quante volte l'abbiamo cantata in qualche rifugio in giro per le Dolomiti. Ed ora una delle canzoni che amo di più echeggiava dentro uno stadio del ghiaccio cantata da migliaia di persone assieme!

Dicevo prima di come sia difficile ricordarsi la prima volta che hai conosciuto qualcuno o qualcosa, mentre è sicuramente più facile ricordarsi quando ci si è fidanzati con qualcuno o qualcosa: il sabato 28 novembre 1988 alle ore 22.30 mi sono fidanzato con il mondo dell'Ambrì Piotta. Perché lo amo!

E mentre tornavo all'Internazionale per la stradina interna, ricantavo sottovoce le parole della Montanara stringendo, come prima facevano i tifosi in curva sud, la mia nuova sciarpa, per suggellare questo amore tra me ed una squadra di hockey, un amore nato praticamente "a prima vista" ma cementato col passare degl'anni con grandi entusiasmi ed anche con tremende delusioni, ma soprattutto conoscendo amici con cui condividere questa stessa passione, con le stesse motivazioni.

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giuseppe donati
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7 febbraio 2018
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