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Sagra di San Giuseppe a Ligornetto

19 marzo 2005
Rodolfo Bernasconi

Falò di primavera sul sagrato della chiesa.

Ogni anno, nell'imminenza della primavera, sul sagrato antistante l'oratorio di San Giuseppe ha luogo l'omonima sagra. Il culto del santo fu introdotto solo dopo la Controriforma (l'oratorio, documentato sin dall'844, era in precedenza dedicato alla Madonna della Cervia); l'arrivo della statua lignea raffigurante San Giuseppe si colloca tra il 1705 e il 1720, dono di emigranti di Ligornetto e Rancate attivi nelle provincie di Pavia, Vercelli e nel Monferrato soprattutto in qualità di muratori, stuccatori, scalpellini.

La sagra si articola in tre momenti distinti: la Novena (nove funzioni religiose che si tengono il mattino presto), il falò della vigilia (che costituisce un'attrazione sia per gli abitanti del luogo sia per i numerosi visitatori provenienti da tutto il distretto di Mendrisio e dal vicino Varesotto), e la funzione solenne in die.

L'allestimento della catasta per il falò della vigilia è un compito riservato agli uomini, aiutati da bambini e ragazzi che, soprattutto un tempo, giravano di casa in casa, sia a Ligornetto che nel vicino villaggio di Rancate, per la questua del materiale da combustione. La raccolta di sarmenti, stoppie e fascine era accompagnata da una richiesta che veniva formulata a gran voce: "Ehibò, ehibò, dateci la legna per fare il falò!"

Dieci giorni prima della festa (attualmente di norma è un venerdì sera), alcuni uomini si recano nel bosco per rubare la pianta che andrà a costituire l'ossatura centrale della pira: la spedizione avviene in segreto, nel più assoluto silenzio; una volta abbattuto, l'albero viene trascinato su uno spiazzo libero per essere sfrondato: solo il pennacchio sulla sommità viene lasciato. La catasta viene approntata sul sagrato seguendo uno schema ben consolidato: al centro l'albero, piantato in una buca; tutt'attorno il legname, le fascine, i sarmenti ben serrati e altri oggetti inservibili, infine una sedia rotta o una gerla. Al falò si accompagnano fuochi d'artificio, petardi e mortaretti.

Fino a pochi decenni or sono, i contadini scrutavano le fiamme per trarre auspici riguardanti il futuro andamento della stagione agricola: si diceva che se le fiamme del falò arrivavano a lambire la sedia in alto, si poteva contare su una stagione propizia. Un tempo, i resti della pianta carbonizzata venivano messi all'incanto la mattina del giorno festivo e il ricavato devoluto a favore della chiesa; al vincitore spettava l'incombenza di rimuoverla dal sagrato, insieme alla cenere.

Il giorno della festa è animato dalle bancarelle che offrono salumi, formaggi, dolci, vestiti, giocattoli ecc., mentre un tempo predominavano, oltre ai dolciumi, le sementi per l'imminente rimessa in funzione degli orti. Tra le specialità dolciarie tipiche della sagra possiamo annoverare ancor oggi i tortelli, chiamati in dialetto "turtéi da San Giüsèpp", e i "sprèll", sorta di paste dolci tagliate a dadi o a strisce e fritte nell'olio. Questi dolci sono talmente caratteristici e onnipresenti che, soprattutto in passato, nei giorni della Novena lungo le strade il loro profumo si diffondeva praticamente da ogni casa.

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26 febbraio 2024
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