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Quando la corda della campana del convento di San Francesco a Locarno venne sequestrata

14 maggio 2018
Luigi Angelo Maffezzoli
Luigi Maffezzoli

Era il 30 giugno 1848. Con un Decreto, il governo del Cantone Ticino dichiarava: "I beni dei conventi e altre comunità religiose dei due sessi sono proprietà cantonale"[1]. A rincarare la dose, quello stesso giorno il Gran Consiglio ticinese emanava una Legge con la quale venivano soppressi quattro conventi maschili e quattro femminili. Tra quelli maschili, ad essere colpiti furono i Minori francescani: i Riformati agli Angioli di Lugano; gli Osservanti detti pure Zoccolanti alle Grazie di Bellinzona; i Conventuali sia alla Madonna del Sasso che in San Francesco a Locarno. Dei conventi femminili si decise la soppressione delle Orsoline di Mendrisio e di Bellinzona; delle Benedettine di Santa Caterina a Lugano; delle Agostiniane di S. Margherita, sempre a Lugano.

Nell'elenco era compreso anche quello dei Cappuccini di Mendrisio, la cui chiusura venne però rimandata "a tempo opportuno" perché c'era in ballo un "Ospizio cantonale della Beata Vergine del legato Turconi" che doveva prenderne il posto. Cosa che effettivamente avvenne poi nel 1853 con l'abbattimento del convento e l'edificazione dell'Ospedale della Beata Vergine.

Quattro anni dopo l'incameramento dei beni e la soppressione dei conventi, cioè nel 1852, cominciarono a circolare voci su un altro provvedimento delle autorità cantonali contro gli ordini religiosi. Si parlava di un eventuale allontanamento dal Cantone dei Cappuccini stranieri residenti nei conventi ticinesi.

E il 19 novembre arrivò la conferma: ritenuto che il numero di religiosi stranieri dimorante nel Cantone era eccessivo[2], con Decreto amministrativo il Consiglio di Stato decideva che:

"1° I Cappuccini forestieri dovranno entro tre giorni abbandonare il Cantone. È fatta eccezione per quelli che hanno oltrepassata l'età di 65 anni; 2° Saranno muniti di viatico a termini dell'art. 5 della Legge 30 giugno 1848; 3° Sarà sgombrato il Convento di Locarno e posto, siccome la stazione di Bellinzona, a disposizione dello Stato".

Il giorno dopo, il 20 novembre 1852, il Dipartimento del Patrimonio dello Stato, diretto dal Consigliere di Stato Rusconi-Orelli, dava ordine ai Commissari di eseguire il decreto "con zelo onorevole, prudenza e perspicacia, nonché fermezza necessaria alla sua riuscita", comunicando agli interessati la decisione governativa solo dopo i Vespri del 21 novembre. Ciò costrinse i religiosi stranieri, i quali erano nella quasi totalità nativi della Lombardia, a preparare in un paio d'ore, qualcuno anche solo un'ora, "qualche oggetto di poco valore" e di loro uso personale: così imponeva il governo, specificando pure che i Padri "nazionali" avrebbero dovuto rispondere personalmente di qualsiasi altro oggetto sottratto[3].

L'intervento potrebbe essere oggi paragonato ad un'operazione di polizia in grande stile. I 26 Cappuccini espulsi, tra sacerdoti e frati laici, furono fatti salire in fretta e furia in piena notte su diligenze noleggiate a spese dello Stato (perché quella ordinarie delle 3 di notte o delle 6 di mattina da Lugano non bastavano) e, con un passaporto per l'estero consegnato sul momento, dirottati verso Luino, se diretti in Piemonte, o Ponte Tresa, se diretti in Lombardia. Il cosiddetto "viatico" da consegnare agli espulsi consisteva in una cifra che andava da un minimo di 120 lire cantonali ad un massimo di 300 a seconda dell'età e delle condizioni dei religiosi[4].

Lo "zelo onorevole" con cui venne eseguito il decreto, portò ad applicare alla lettera le indicazioni. Così, quello che si voleva far apparire come un gesto di generosità e umanità, cioè non espellere gli anziani sopra i 65 anni, venne giudicato dai Cappuccini stessi "un calcolo astuto per gettare della polvere negli occhi dei gonzi"[5]. Un certo Frate Michelangelo da Varese, per esempio, al quale mancavano solo undici giorni per compiere i 65 anni, dovette andarsene con tutti gli altri e in tutta fretta.

Non mancarono le esagerazioni. Nel convento di S. Francesco a Locarno vi fu un intervento dell'esercito decisamente sproporzionato rispetto al potenziale pericolo. In piena notte, una settantina di soldati, temendo chissà quale sollevamento di popolo, prima circondò il convento, poi fatta irruzione all'interno, si diresse verso il piccolo campanile impossessandosi della corda della campana affinché nessuno potesse dare l'allarme. Infine, caricarono i religiosi "forestieri" sulle vetture che avrebbero dovuto condurli al confine; e i nove restanti confratelli svizzeri su quelle che li avrebbero trasportati al convento di Lugano. I soldati rimasero poi a lungo a Locarno a far da guardia al convento vuoto. Insomma, una scena quasi comica.

Vi fu anche qualche segno di attenzione e di riguardo da parte di qualche Commissario locale. In Leventina, Cipriano Togni di Chiggiogna, fece in modo che i religiosi espulsi potessero preparare con comodo i loro fardelli e volle che partissero in pieno giorno, e non di nascosto alla popolazione come fossero volgari delinquenti.

Nonostante tutta l'operazione di trasferimento fosse avvenuta con la maggiore rapidità e discrezione possibile, di notte e in gran segreto, le proteste non tardarono ad arrivare. Protestò la stampa. Protestarono i vescovi di Como e di Milano. Il governo Lombardo-Veneto chiese soddisfazione per l'affronto nei confronti dei suoi cittadini scacciati dal Cantone. Tre mesi più tardi, l'Austria per rappresaglia a queste espulsioni e per la soppressione dei conventi, attuò un rigido blocco della frontiera e decretò a sua volta l'espulsione di tutti i cittadini ticinesi residenti in Lombardia[6]. Si parla di almeno seimila ticinesi che furono costretti a lasciare le terre lombarde assoggettate all'Austria (qualcuno afferma fossero ottomila)[7]. Anche a livello finanziario fu un duro colpo per il Ticino. Nei due anni successivi il blocco provocò un impoverimento delle casse dello Stato. In più, il Cantone dovette sborsare all'Austria un indennizzo di 115.000 franchi. Un conto salato per una politica da "prima i nostri" ante litteram, che coi 26 religiosi lombardo-piemontesi espulsi, ridusse la presenza dei Cappuccini a soli 39 membri ripartiti nei cinque conventi del Cantone: Bigorio, Lugano, Locarno, Mendrisio e Faido.

[1] ALBERTO LEPORI, Storia dei rapporti giuridici tra Chiesa e Cantone Ticino, in "Terre del Ticino", 2003, p. 382.

[2] FABRIZIO PANZERA, Dalla Repubblica Elevetica alla formazione della diocesi di Lugano, in "Terre del Ticino", 2003, p. 126

[3] San Francesco nella Svizzera italiana, Locarno, 1828, p. 86 ss.

[4] Idem, p. 88

[5] Idem

[6] FABRIZIO PANZERA, Dalla Repubblica Elevetica alla formazione della diocesi di Lugano, in "Terre del Ticino", 2003, p. 126

[7] San Francesco nella Svizzera italiana, Locarno, 1828, p. 90

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12 novembre 2018
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