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Una Svizzera moderna e "donna" contro una legge liberticida nel 1922

Una Svizzera moderna e "donna" contro una legge liberticida nel 1922

22 settembre 1922
Fondazione Pellegrini Canevascini

Fonte: Libera Stampa

Data di pubblicazione: 22 settembre 1922

Autore: non identificato

Lo sciopero nazionale del novembre 1918 è stato per la Svizzera un evento traumatico, le cui conseguenze in ambito politico e sociale si sono fatte sentire a breve, medio e lungo termine. Tra le ripercussioni a medio termine possiamo annoverare i tentativi per limitare legalmente la libertà di stampa, le manifestazioni pubbliche e il diritto di sciopero, nonché misure repressive dirette contro gli stranieri. Gli ambienti della destra radicale, convinti che bisognasse premunirsi contro propositi eversivi di una sinistra manipolata dall'estero, promossero due iniziative popolari, respinte dal popolo l'11 giugno 1922. Entrambe prendevano di mira gli stranieri: la prima voleva inasprire le condizioni per la naturalizzazione, la seconda (alla quale si riallaccia in qualche modo l'iniziativa dell'UDC respinta il 28 febbraio scorso) intendeva facilitare l'espulsione degli stranieri "che mettono in pericolo la sicurezza del paese".

Contrario al testo delle due iniziative ma non ai motivi che le avevano ispirate, il Consiglio federale e il Parlamento adottarono una modifica del codice penale federale per quanto concerne i delitti contro l'ordine costituzionale e la sicurezza interna. Scopo della legge - detta "Lex Häberlin" dal nome del consigliere federale responsabile del Dipartimento di giustizia e polizia - era appunto di impedire il ripetersi di eventi come lo sciopero generale del '18. Per i socialisti, che lanciarono il referendum, la legge era una chiara minaccia contro le libertà costituzionali, in particolare contro il diritto di scioperare e di manifestare.

Al termine di una campagna di voto molto appassionata, la "Lex Häberlin" fu respinta il 24 settembre 1922 dal 55,4% dei votanti. I sì prevalsero nelle regioni dominate dal partito conservatore cattolico e in alcuni bastioni radicali come Vaud e Turgovia; in Ticino, dove anche gran parte dei liberali radicali si erano schierati contro, la legge liberticida fu respinta dal 67% dei votanti.

Nei giorni precedenti il voto, Libera Stampa pubblicò numerosi articoli e appelli a votare no, accompagnati da alcune vignette sull'argomento. Tra queste anche il disegno qui riprodotto, che colpisce per il suo dinamismo e la sua forza espressiva. La Svizzera che rompe le catene della servitù (un tema classico dell'iconografia "progressista") è qui rappresentata non da una figura femminile idealizzata, bensì da una donna dai tratti moderni e popolari, che rompe letteralmente gli schemi.

Come si può desumere dal raffronto, l'immagine del 1922 presenta una certa somiglianza con un manifesto diffuso dal movimento apartitico Operazione Libero per combattere l'iniziativa dell'UDC "Per l'attuazione dell'espulsione degli stranieri che commettono reati", respinta dal popolo e dai Cantoni il 28 febbraio 2016. Anche qui troviamo catene spezzate e una giovane donna dai tratti molto espressivi e che utilizza il linguaggio del corpo (in questo caso delle braccia) per far passare il proprio messaggio.

L'archivio di Libera Stampa è solo uno tra il centinaio di fondi gestiti dalla FPC

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