Le informazioni di membri e visitatori sono analizzate in modo anonimo per fornire il miglior servizio possibile e rispondere a tutte le esigenze. Questo sito utilizza anche dei cookies, ad esempio per analizzare il traffico. Puoi specificare le condizioni di archiviazione e accesso ai cookies nel tuo browser. Per saperne di più.

Ambizioni e debolezze industriali ticinesi

2 agosto 1968
RSI Radiotelevisione svizzera di lingua italiana

Dopo il 1960, gli studi storici e statistici, voluti anche in vista di una programmazione economica cantonale, hanno messo in luce debolezze strutturali e retaggi che condizionano lo sviluppo industriale del Ticino: la barriera doganale a sud, che isola il cantone dal mercato italiano, e quella alpina a nord che lo emargina dallo spazio economico svizzero, complice la politica tariffaria delle ferrovie federali; la dipendenza da investimenti esterni e la mancanza di spirito imprenditoriale; la tradizione migratoria che ha a lungo privato l'economia locale di manodopera qualificata. Diversi indicatori segnalavano l'arretratezza industriale del Ticino: un numero di aziende e di addetti inferiore alla media nazionale, il prevalere di rami industriali a basso contenuto tecnologico e che sfruttavano i vantaggi congiunturali o geografici, la dimensione ridotta delle fabbriche e la struttura poco capitalistica delle aziende, la proporzione elevata di manodopera poco qualificata.

In queste condizioni anche la scommessa industriale dei decenni di alta congiuntura dopo la seconda guerra mondiale ha dato risultati modesti. Si è rivelato molto difficile il tentativo d'industrializzare le valli ticinesi per evitarne lo spopolamento; anzi, persino alcune industrie sorte all'inizio del XX secolo, come la Cima-Norma di Dangio, sono state costrette a chiudere i battenti.

Così il settore secondario è rimasto piuttosto debole in Ticino, specialmente nel ramo propriamente industriale. Prevaleva, infatti, l'industria dell'abbigliamento, poco innovativa e che ricorreva a manodopera non qualificata, in gran parte femminile e frontaliera. Scarseggiavano invece quelle industrie in grado di svolgere un ruolo economico trainante, perché basate sulla ricerca, sulla progettualità e sull'investimento tecnologico e che occupavano personale altamente qualificato.

Indicizzazione delle sequenze:

0'01''-2'25'' La Cima-Norma: pane e cioccolato

- Gli operai della Cima-Norma lasciano la loro fabbrica per l'ultima volta: le strette di mano sono più vigorose del solito. Per molti dei 60 operai rimasti al loro posto fino all'ultimo giorno, la chiusura della fabbrica significa la fine di una vita di lavoro" (0'01''-1'37'').

- Fondata nel 1903 dai fratelli Cima, rilevata nel 1913 dalla famiglia Pagani, la fabbrica di cioccolato Cima-Norma, durante gli oltre 50 anni di attività è stata distrutta dall'alluvione, ricostruita, divorata dalle fiamme e oggi travolta dalle leggi dell'economia di mercato. Un centinaio di famiglie è così privato di una fonte di reddito essenziale, come testimonia l'economista Basilio Biucchi (1'38''-2'25'').

2'26''- 7'52'' La fine dell'industria bleniese?

- La chiusura della fabbrica tocca da vicino anche la ferrovia Biasca-Acquarossa, che si vede ridotto del 50% il traffico merci. L'agricoltura non è un'alternativa perché il terreno è arido e sassoso: l'utilizzazione del suolo è molto ridotta, il numero delle aziende agricole è nettamente inferiore alla media cantonale e l'allevamento non ha mai costituito una grossa fonte di entrata per i vallerani. (2'26''-3'30'')

- La scomparsa della Cima-Norma segna in pratica la fine del settore industriale bleniese. Le poche altre fabbriche non possono sostituire neppure in minima parte una fonte di reddito come quella dell'azienda di Torre, che occupava i tre quinti della manodopera impiegata nelle fabbriche della valle. Il colpo è grave per la regione e sembra poco realistico il desiderio espresso da un promotore economico di insediare un'industria in valle (3'31''-5'08'').

- Lo sfruttamento dell'energia idroelettrica è stata la grande occasione perduta per l'economia locale: gli 860 milioni di kilowattore, prodotti ogni anno dagli impianti bleniesi, finiscono fuori valle; a parte un cospicuo gettito fiscale, l'apporto economico è praticamente nullo. Per il futuro si spera in un ipotetico collegamento ferroviario Tödi-Greina, visto come alternativa ad un ulteriore potenziamento dell'asse del San Gottardo (5'09''-7'52'').

7'53''-12'30'' Il futuro economico di Blenio: turismo o emigrazione?

- La popolazione è in costante regresso: dal 1870 a oggi gli abitanti sono diminuiti del 22% e Lo spopolamento colpisce tutti i 17 comuni della valle. Le attrezzature turistiche per il momento sono molto modeste: 22 esercizi pubblici con 270 posti-letto, pochi anche per il turismo di transito. Per il futuro si spera comunque in uno sviluppo dell'attività turistica. Sono state costruite numerose casette di vacanza, che portano un turismo familiare e indigeno, che sfugge alle statistiche ufficiali. Sono nate anche alcune iniziative, come quella del Nara, che intende aprire al pubblico una vasta zona per gli sport invernali (7'53''-11'39'').

- Come avverte, però l'economista Basilio Biucchi, sarebbe pericoloso illudere la gente: il futuro dei bleniesi è forse di nuovo nell'emigrazione (11'40''-12'30'').

Questo servizio di Werner Weick andò in onda il 2 agosto 1968 nella trasmissione "Il Regionale". Sintesi del contenuto: con la chiusura della fabbrica di cioccolata Cima Norma di Dangio viene sancita la fine del settore industriale bleniese. Un centinaio di famiglie perdono una fonte sicura di guadagno e l'intera Valle sta precipitando in una profonda crisi economica. Le uniche note di speranza provengono dal settore turistico: mentre si assiste alla costruzione di nuove case di vacanza, c'è chi è intenzionato a potenziare gli impianti di risalita del Nara.

Devi essere registrato in per poter aggiungere un commento
Non ci sono ancora commenti!
La rete:
Sponsor:
5,306
1,879
© 2020 di FONSART. Tutti i diritti riservati. Sviluppato da High on Pixels.